La nostra giornata si apre con la sveglia presto all’area camping vicino al Samsara.
Cerchiamo di accorciare i tempi (di Gianluca) e nel giro di un’oretta siamo già in viaggio verso Punta Prosciutto. Oggi purtroppo è la nostra ultima giornata intera insieme e siamo tutti un po’ tristi in fondo, ma non ce lo diamo a vedere.
Ragazzi, il Paradiso è qui. Se dovessi consigliare un posto in cui godersi il bel mare e starsene abbastanza riservati, vi inviterei a venire qui. L’acqua è cristallina (altro che Maldive del Salento!), scogli a due passi e sabbia bianca. Davvero, non saprei descrivere questo posto al meglio. Lascio che lo facciano le immagini.

Dopo una doccia veloce, ripartiamo verso Taranto.
A qualche chilometro dalla nostra meta, decidiamo di fermarci al primo supermercato avvistato.
-“ Non so se ho più caldo o più fame” – commenta Andrea.
Panino formaggio e prosciutto crudo con tanto di birra da 1L in offerta a 2,99 Euro, rigorosamente consumati nel parcheggio del supermercato insieme a Fausto.

Procediamo.
Taranto è inaspettatamente molto carina. Ci siamo fermati nella zona del porto e del Castello Aragonese. Da qui vediamo in lontananza molte petroliere lasciare il porto, trascinate da alcune imbarcazioni nettamente più piccole di loro. Sembra quasi la vogliano accompagnare per un ultimo saluto prima di lasciare Taranto, per chissà quanto tempo. Affascinante.


Acqua cristallina da quassù, per lo meno sembra essere così. Qualche sirena distesa sugli scogli e, purtroppo, molto inquinamento. Lo si sente nell’aria.
Direzione Matera, il viaggio è lungo.

Ha bisogno di essere commentata? E’ una bellezza a sé. Meravigliosamente unica. Nella parte storica della città, tutto intorno è bianco. Un bianco che distende le menti e rilassa. Peccato per il caldo infernale perché ci toglie le forze (a me personalmente ha tolto anche 3 kg, per l’immane sudata. Grazie Apollo, ti devo un favore!).
Abbiamo fatto di tutto per goderci ogni singolo angolo di Matera. Molto suggestiva, veniamo a sapere, sembra sia la zona sotterranea. Chiediamo di poter acquistare il biglietto per un tour:
- “Niente da fare, solo in inglese” – commenta il tizio alla biglietteria.
- “I chi ci capisce? Se m’avesse detto “in arabo” sarebbe stato lo stesso” – Andrea.
Niente giro nei sotterranei.
Ci affacciamo da una terrazza panoramica e notiamo che un fiume divide in due zone Matera: una “moderna” e l’altra ancora con delle strutture preistoriche, probabilmente usate dai contadini degli anni ‘40/’50.
Tutto molto caratteristico e mozzafiato.
Si sta facendo tardi e dobbiamo ancora trovare un’area dove passare la notte.
- “Salve avreste una piazzola per noi, perché vorremmo dormire qui per questa notte”
- “Andate a vedere”
(Bene!! Neanche il titolare lo sa…)
Sapreste immaginare una zona buia, sperduta e angosciante? Ecco noi ci ritroviamo per una strada sterrata in una zona del genere. Ad un certo punto si fanno verso di noi due signori con gilet catarifrangente:
- “Andate più avanti, togliete il palètto e proseguite. Domani faremo la registrazione” – fa uno dei due.
Ecco a voi il palètto.

Inaspettatamente si apre davanti a noi una zona fantastica: una vecchia masseria e una chiesa (forse di una sessantina di anni fa) da poco ristrutturate, tutto intorno campagna aperta. Nessun rumore, solo in lontananza alcune voci.

Dobbiamo cenare e, notato un barbecue in pietra, Andrea e Gianluca si mettono in cerca della legna da ardere mentre io preparo petto di pollo alla birra:
- Prendere il petto di pollo e infarinatelo per bene (non con la farina a 0,32 Euro che avevamo noi, ovviamente);
- Olio e un tocco di peperoncino in padella (ci starebbe bene anche un po’ di cipolla tritata);
- Si mette il petto di pollo a cuocere, lasciandolo anche un po’ arrostire;
- Infine si sfuma tutto con la birra (la nostra weiss, almeno quella, era di qualità. Sulla birra non si scherza!!)
Finito ai fornelli mi metto in attesa dei due esploratori (mi sento un po’ come Penelope con Ulisse), finchè in lontananza vedo due tizi correre con dei bastoni in mano in aperta campagna. Andrea e Gianluca. Arrivano davanti a me, si siedono e noto i loro occhi completamente sgranati.
- “Avete visto i fantasmi?” – domando.
- “Peggio!!” – risponde Andrea.
- “Non puoi capì!” – ansima Gianluca
- “Ehh! Allora fateme capì!” – controbatto.
- “Stavamo prendendo la legna e ad un certo punto abbiamo sentito una musichetta abbastanza inquietante, poi silenzio e subito una voce stridula di una donna.” – sempre l’ansimante.
- “Un rituale?” – domando io.
- “Può esse, ma ci siamo messi a correre come se non ci fosse un domani” – conclude Andrea.
Non gli si può dare torto.
In ogni caso veniamo a sapere che erano le voci di un film di un regista locale, che veniva proiettato nell’ovile poco distante da noi.
Acceso il fuoco, cuociamo la carne comprata nel pomeriggio.

Aspettate, non so se riuscite a realizzare la nostra situazione: dopo mille peripezie ora ci ritroviamo in un posto che assomiglia al Paradiso, al fresco, con la possibilità di poter dormire senza morire di caldo, mangiando carne alla brace con tanto di birra sotto un cielo stellato, dopo aver visitato tantissimi posti, dopo aver conosciuto tante persone e così via.
E’ come se il destino ci volesse regalare un’ultima gioia, a conclusione di un viaggio che sa più di un semplice viaggio.
A proposito, avete letto la prefazione? “ Un viaggio è un viaggio. Puoi vederlo come un volo introspettivo o come una prova. Qualunque essa sia la meta, la parte più importante del viaggio è il viaggio stesso. Con amici, con i propri cari o da soli, il viaggio è un volo introspettivo che esalta una o più parti del nostro io più nascosto. Si tratta di vivere. Chiunque di noi vuole vivere. E ognuno di noi vuole viaggiare per vivere.”
Si sa, ogni cosa che finisce lascia in bocca un sapore strano. Un gusto che facciamo fatica a capire perché ancora non convinti di averlo assaporato al meglio. Vorremmo assaggiarlo di nuovo per potercelo gustare ancora una volta. Il bello di questi viaggi, però, è proprio la loro unicità. Non c’è un modo giusto e un modo sbagliato per assaporarli, ma di sicuro il modo è uno solo. Ed è il nostro.
In fin dei conti quello che cerchiamo noi tutti in un viaggio è noi stessi, quindi. E noi probabilmente ci siamo trovati.
Si, perché Fausto ci ha insegnato a conoscere i nostri limiti, a mettere alla prova le nostre capacità, la nostra pazienza e la nostra tenacia.
Per questo voglio ringraziarti Fausto e voglio ringraziare soprattutto Andrea e Gianluca: vi ringrazio per la vostra amicizia, vi ringrazio per avermi insegnato a farmi scivolare le cose addosso, vi ringrazio per le discussioni fatte e, soprattutto, vi ringrazio per la pazienza che avete avuto con me.
Questo viaggio mi ha insegnato molto.
Non lo dimenticherò mai.





